Half Dome ed El Capitan – Yosemite National Park

Buongiorno Anime Montane!
Oggi parleremo di due montagne fantastiche: l’Half Dome e El Capitan.

La montagna nella foto è l’Half Dome, una roccia granitica situata nel Parco nazionale di Yosemite, nella Contea di Mariposa, California. La sua vetta è posta ad un’altezza di 2694 m s.l.m. e vanta uno sviluppo verticale di ben 1444 m.

L’Half dome è anche fonte di ispirazione di molti loghi di marchi sportivi: un esempio sono The North Face e Sierra Designs.

Malgrado il geologo Josiah Whitney avesse affermato: “Never has been, and never will be trodden by human foot” sostenendo che nessuno avesse o avrebbe mai raggiunto la vetta, George Anderson nel 1875 raggiunse la vetta dello Half Dome.

Un’altra mitica parete che si trova nel Parco è “El Capitan”

E’ alta 2.307 metri s.l.m. e si tratta di un monolite granitico nel quale la sua parete verticale denominata Nose (naso) costituisce una delle più popolari sfide di alpinismo estremo al mondo.

Il massiccio ricevette questo nome dal Battaglione Mariposa quando esplorò la zona nell’anno 1851. El Capitan fu considerata una traduzione approssimativa in lingua spagnola del nome locale che usavano dare i pellerossa della parete perpendicolare, trascritto come To-to-kon oo-lah o To-tock-ah-noo-lah. Non è chiaro se il nome attuale si riferisca ad un capo tribù specifico o in termini generali. In tempi recenti il nome viene spesso contratto in El cap in particolare dagli scalatori.

Nel 2017 Alex Honnold giovane arrampicatore americano di 31 anni, free solo, cioè che scala senza corde e altri strumenti ma solo con i suoi vestiti e un sacchetto di magnesite, passando dalla Freerider, una via particolarmente difficile e partendo alle cinque e mezza di mattina è arrivato sulla cima de “El Capitan” (questo è il nome che è stato dato all’Haf poco prima delle nove e mezza compiendo una delle imprese più magnifiche che un arrampicatore avesse mai compiuto prima.

Viaggio in Islanda – Ottavo giorno, la penisola di Reykjanes

Day Eight.

È che proprio mi piace stare seduto su una poltrona nell’area comune di un ostello, a migliaia di chilometri da casa, scrivendo, osservando, scambiando due parole con altri viaggiatori. Che poi questo è davvero troppo figo. Ci sono tavoli in legno con sedie vecchie riciclate in ogni posto, una libreria enorme con libri da tutto il mondo, lampade e lampadari bizzarri, un vecchio giradischi, una stanzetta minuscola con una sedia antica da barbiere, cassapanche a mò di tavolini, duvani in pelle English Style, un bancone circolare dove si possono ordinare più di 20 varietà di birre, una cartina del mondo immensa, lampade vintage e finestroni che danno sul golfo di Reykjavik e sulle montagne innevate.
Vabbè questo è adesso, volevo regalarvi questa immagine.

Oggi ho visitato la penisola di Reykjanes, non avevo buone sensazioni prima di partire ma l’slanda si sa, ti sorprende sempre. La prima tappa è stato il lago di Kleifarvatn. Per arrivarci si percorre una strada che passa prima tra immense praterie di lava e poi attraverso montagne e vulcani neri. Il lago è stupendo, fatto di spiaggie laviche e scogliere a picco. Le montagne intorno assumono dei colori fantastici, dal rosso al verde passando naturalnente per tanto nero.

La tappa successiva é stata l’area geotermica di Krýsuvík. Su cammina tra i fumi delle pozze d’acqua azzurre fumanti, ruscelli di acqua calda. Molto suggestivo.

E poi alla fine l’ho fatto e non l’ho fatto. Sono stato al famosissimo blue lagoon. Ho girato un po’ la parte escursionistica e poi mi sono seduto al bar vista lago con un caldo caffè latte Americano. É li che ho deciso di non spendere gli 80 euro per fare quest’esperienza. Ho osservato le persone che sorseggiavano drink immersi nell’acqua azzurra a 30 gradi e quelli che camminavano su e giù avvolti dai loro accappatoi bianchi, quelli che mostravano muscoli e tatuaggi davanti ad un selfie e quelli che fa troppo caldo io esco. E li ho capito che non faceva per me. Non in quel momento. Un giorno forse con tanti amici al seguito. Ma anche no. Allora ho pensato di fare una cosa decisamente alternativa, di partite per un avventura che sarebbe stata fantastica, into the Wild e fanculo al laghetto fighetto.
Ho preso la macchina e ho fatto 80 km per raggiungere le sorgenti di acqua calda di Reykjadalur. Un luogo selvaggio che si raggiunge solo dopo un ora di camminata tra paludi laviche, e gole profondissime. Un luogo per pochi. Quando lo raggiungi è l’eden, c’è un fiume in mezzo ad una natura travolgente dove ti immergi ad una temperatura di 35 gradi, gratis e puoi anche morire li. Ecco voi direte, com’era? Arrivato all’inizio del sentiero una guardia forestale ha impedito me è pochi altri temerari di vivere un sogno. Sentiero chiuso per la salvaguardia dell’ambiente fino a contrordine. E come se a Di Caprio dopo avergli dato la mappa per The Island, arrivato sull’isola, una cazzo di guardia forestale gli avesse impedito di fare quello che ha fatto (per lui forse sarebbe stato meglio così eh).

Vabbuò, ho risicato. Si era capito?

Vi lascio amici, la mia birra é finita e mi sta salendo una certa fame. Vado.

Il consiglio musicale di oggi è “Pyro dei Kings of leon”, l’hanno appena passata qui.

Viaggio in Islanda – Settimo giorno, Kirkjufell – Stykkisholmur – Reykjavik

Day Seven.

E comunque oltre la barriera gli estranei non li ho incontrati. (Liberamente tratto da dalle cronache del ghiaccio e del fuoco, alias Game of Thrones).
Allora, dove eravamo rimasti? Ah si, mi sono spinto sui fiordi occidentali per vedere
Kirkjufell. Ebbene al mio risveglio, dopo essere stato sveglio tutta la notte in compagnia di un gruppo di polacchi che mi hanno fatto assaggiare tutte le loro vodka/e, la neve continuava a cadere e della montagna sono riuscito a vedere davvero poco. Fa niente, un motivo in più per tornarci.

Ho poi visitato Grundarfjörður un piccolo porto e poco più e ho guidato più a nord verso Stykkisholmur. Qui la neve ha lasciato posto a tutti i colori dell’isola.
Stykkisholmur è stata una piacevole scoperta. È il porto più importante a nord ovest (non vi immaginate quale grandezza) ed è davvero suggestivo. Si respira quell’aria salmastra tipica delle città di mare, ed è in posto dove si sta davvero in pace. Io almeno lo sono stato tanto da pensare, per la prima volta da quando sono in Islanda, che quasi quasi ci vivrei. Le case sono coloratissime, alcune anche molto antiche. I gabbiani la fanno da padrone e la vista dal faro é mozzafiato!

Verso ora di pranzo, ordunque (😆), mi sono fatto i mie bei 200 km per ritornate a Reykjavik dove mi sono fatto un giro nella downtown, giù al porto. Qui i localini di street food la fanno da padrone, si mangia pesce in ogni angolo.

La serata l’ho passata in un locale della downtown dove si teneva un festival rock al femminile. É stato davvero carino, alcuni gruppi erano anche molto bravi, ma la cosa più bella è stata che ero l’unico straniero perché il locale era frequentato solo da islandesi alternativi.

Infine, e concludo con una storia triste, sono andato alla ricerca dell’aurora boreale fino a tarda notte convinto che sarebbe stata quella giusta. Manco per niente. Ah ma la vedrò. (prima o poi).

La canzone che vi consiglio oggi é “Postcard Holiday” dei The Boys age che ho ascoltato nel locale prima delle esibizioni dal vivo.

Buona giornata!

Viaggio in Islanda – Terzo giorno, il circolo d’oro

Day three.

Ciao anime di islanda, oggi dopo il primo giorno a Reykjavik è iniziata l’avventura, quella vera. Sveglia alle 6 locali, si può soffrire di jat lag con solo due ore di differenza dall’Italia? La risposta è si. Ma non tutti i mali vengono per nuocere e questa levataccia mi ha permesso di arrivare nei luoghi da visitare in anticipo sul turismo di massa (che in realtà in questo periodo è davvero poco).

Appena uscito dalla capitale i paesaggi sono diventati subito magnifici. Grandi montagne innevate, fiumi e guadi da attraversare praticamente continui, grandi roccie, piccole roccie verdi, laghi, piccoli boschi di abete del nord, canyon, cottage più o meno grandi sparsi on ogni dove, lunghi tratti di erba bianca che quasi sembrava deserto. La strada poi un vero spettacolo. Nulla da invidiare alle più famose route66 o alle lunghe strade canadesi e dell’Alaska. Mi sarei dovuto fermare ogni km per scattare foto. Qualche volta l’ho anche fatto ma poi ho messo su qualche pezzo della colonna sonora del signore degli anelli e ho goduto come poche volte prima. Il viaggio on the road alla Kerouac che da bambino già sognavo é iniziato.

La prima tappa é stata il parco nazionale di Þingvellir sede del parlamento islandese dal X al XVIII secolo. Qui si trovano la chiesa di Þingvellir e le rovine di antichi rifugi in pietra. Il parco sorge in una fossa tettonica formatasi dalla separazione di due placche tettoniche, quella nord Americana e quella Europea, con scogliere rocciose e faglie, come la grande gola di Almannagjá.

La spaccatura ha formato un lungo canyon che é uno spettacolo della natura.

Rimessomi in strada sono arrivato a Geysir il piccolo posto che da il nome ai famosissimi Geyser. È stato proprio come me lo aspettavo, fumaioli che sembrava di stare su un altro pianeta, pozze d’acqua a più di 100 gradi alcune delle quali ogni tanto esplodevano in una potenza inaudita proponendo il fenomeno che tutti conosciamo! Il più antico geyser d’Islanda è Geysir che esplodeva la propria potenza a più di 170 m di altezza fino a quando la gente ha iniziato a gettare nel suo cratere pietre ed altri detriti per “stimolarlo” e così da allora Geysir si mostra solo in presenza di movimenti della crosta terrestre, quindi raramente. Quello che ho visto io é Strokkur e comunque è stato davvero emozionante.

Ma il clou della giornata é stata sicuramente la cascata di Gullfoss. Non penso di riuscire a descivervela tanto é bella. Non ho mai visto niente di simile, non ho mai visto la natura così bella prima d’ oggi. É di una potenza inaudita, fa un doppio salto di 35m che non è tanto in realtà ma la teatralità con cui lo fa è magnifica. Ha una portata enorme e va a finire in un canyon simile al più famoso del Colorado negli States.
Sarei rimasto li immobile a guardarla per ore un po come si guarda dormire la propria donna la domenica mattina mentre è lì accanto a te e ancora deve aprire gli occhi. Magia pura.

Ho paura che tutto quello che vedrò da domani in poi non possa competere.

Prima di arrivare in ostello sono stato poi a Kerið, un lago formatosi in un cratere vulcanico dove Bjork ci ha fatto pure un concerto che visto il luogo non sarà stato emozionante per niente…

Ed ora eccomi qui al Midgard Base Camp un ostello bellissimo dove prima di buttarmi su un divano nella Hall, mi sono rilassato in una vasca in legno tipica islandese sul tetto del locale con 10 gradi fuori e una birrozza tra le mani ghiacciate! Un altro piccolo sogno realizzato!
Che dire wonderful!!!

La canzone che consiglio oggi, l’ho ascoltata in macchina ed é Take Me Somewhere Nice di Mogwai.

A domani!

Viaggio in Islanda – Primo giorno

Era da anni che sognavo un viaggio on the road in Islanda e finalmente ho realizzato uno dei miei sogni!
Nei prossimi giorni vi riporto il diario giornaliero che ho scritto durante questi nove giorni di viaggio.
Nove storie che voglio raccontarvi sperando che possano esservi utili quando deciderete di partire per questa terra magica!

Ecco la prima:

Day one (o two se London vale come primo giorno).

Buon pomeriggio Anime Montane, o forse dovrei dire anime Islandesi?Essì perché da oggi e per qualche giorno, come anticipatovi, il mio blog diventerà storiediislanda, perché sono arrivato nella terra del ghiaccio e del fuoco questa mattina dopo un giro a Londra (e perciò in realtà questo è il mio secondo giorno di viaggio).

Da questo momento in poi mi perdonerete vero se sbaglierò tutti i nomi islandesi?

Fatta questa premessa ora posso raccontarvi!

Il primo impatto con l’isola è stato un po’ come me lo aspettavo, un gran freddo nonostante la giornata stupenda, vento e il nulla intorno a me. La cosa che subito mi ha stupito è stata la luce, forte, alta, quasi accecante. Dicono che a certe latitudini sia così. Presa la macchina a noleggio e annuito a tutte le regole elencatemi dal noleggiatore, delle quali ho capito solo che la macchina presa col pieno la devo riportare con il pieno, mi sono diretto verso Reykjavik percorrendo più o meno 50 km nel nulla. L’ oceano, quello si vedeva di tanto in tanto e sembrava di un blu fortissimo!

Reykjavik è carina, tutta colorata e con le caratteristiche case in lamiera. Gli Islandesi iniziarono ad importare lamiera dal regno unito nel 1870 per proteggere le loro abitazioni. Il lungomare, che da a Nord, affaccia su un promontorio dove è già ben visibile la forza della natura col le sue montagne innevate che scendono sin giù all’oceano. Qui c’è Sólfarið un monumento che raffigura una nave vichinga in onore della scoperta dell’isola. Molto bella é l’harpa, la sala concerti di Reykjavik, un vero gioiello architettonico che con i suoi mille specchi provoca dei giochi di luce fantastici.

In realtà non c’è moltissimo da vedere, la cosa più bella secondo me è perdersi nelle tante stradine e ammirare le case colorate.

Una menzione particolare merita l’ostello dal quale sto scrivendo ora, seduto su un divano di tela con cuscini coloratissimi, attorniato da gruppi di persone o da viaggiatori solitari come me ognuno immerso nella propria attività. Le finestre in tipico stile coloniale lasciano passare una luce pazzesca, i tavoli in legno, le librerie, gli scaffali con tanti giochi di società, un palchetto dove di tanto in tanto suona qualche gruppo, una magnifica terrazza che affaccia sui tetti della città e musica di sottofondo che da soddisfazioni (hanno passato per esempio Street of Philadelphia di Springsteen). Insomma bello bello.

Ah comunque il posto si chiama “Loft Hostel” e ve lo consiglio assai.

La canzone che scelgo oggi per ricordare questa giornata a Reykjavik, l’ho ascoltata nel pomeriggio proprio in Ostello ed è: 🎧 First day of my life dei Bright Eyes!

Beh che dire, qui sono ancora le 18.30, non mi resta che andare ad assaggiare qualche birrozza locale!

Domani inizia l’avventura, quella vera.

Storie di Islanda

Buongiorno Anime Montane!

E se vi dicessi che domani parto per l’Islanda?
E se vi dicessi che nonostante il mio blog parli prevalentemente di montagna ho intenzione di trasformarlo per una decina di giorni in storiediislanda?
Ve la prendereste a male?
In ogni caso ho già deciso, scriverò un diario di viaggio giornaliero con foto ed esperienze vissute con la convinzione che possa esservi utile se in futuro programmerete un viaggio nella terra del ghiaccio e del fuoco.
Vorrei raccontarvi questa terra in maniera appassionata e passionale perchè già so che me ne innamorerò profondamente.

E allora che l’avventura abbia inizio!

p.s. Vi lascio con questa bellissima frase di Charles Baudelaire che da forma alla mia idea di viaggio:

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

Roccia dei Tedeschi – San Donato Val di Comino

Capita spesso che le persone mi chiedano come faccio a non aver paura ad andare in montagna da solo, affrontando ore ed ore di cammino. Se c’è una cosa che ho capito negli ultimi 15 anni è che mi fanno più paura i luoghi affollati piuttosto che silenziosi boschi isolati.

Ed è così che ieri ho preferito evitare orde di vacanzieri da salsiccia e broccoletti dirigendomi verso una rotta poco conosciuta ai più che mi ha portato a salire fino alla cosiddetta “Roccia dei Tedeschi“, un avamposto utilizzato durante la seconda guerra Mondiale, immerso nella natura incontaminata del vallone di Forca D’acero, proprio al confine tra Lazio ed Abruzzo, sopra il piccolo borgo di San Donato Val di Comino in provincia di Frosinone, nella parte laziale del Parco Nazionale di Lazio, Abruzzo e Molise.

Dopo aver lasciato la macchina nel parcheggio di Via Campozzone a San Donato, ho preso il sentiero n° 10
che nel primo tratto percorre la vecchia mulattiera che collegava Lazio e Abruzzo in epoche passate. Dopo circa mezz’ora di salita il sentiero vira a sinistra ed entra definitivamente nel fitto bosco. Da qui si inizia a salire in maniera sempre più ripida attraverso, prima lunghi tratti che sembrano non finire mai e poi ripidi tornanti che conducono dopo circa un’ora alla bellissima Roccia dei Tedeschi. Arrampicandosi su di essa o entrando nei cunicoli scavati dai militari si può godere di una vista che spazia in tutta la Val Comino, sul paese di San Donato, sulle gole della Melfa e sulle innevate montagne Abruzzesi.
La roccia, era quindi una vantaggiosa postazione militare per l’esercito tedesco in ritirata, in previsione del cedimento della linea Gustav di Cassino.

I cunicoli scavati nella roccia e le torrette di avvistamento, erano stati realizzati dagli scalpellini sandonatesi rastrellati nelle piazze del paese, il loro lavoro barattato in cambio del rancio.
Spesso le attività manuali rappresentavano “punizioni” che i tedeschi imponevano alla popolazione come deterrente all’attività “sovversiva”. Con lo sbarco di Anzio e la caduta del Fronte di Cassino gran parte delle forze alleate risalirono verso Roma, utilizzando la Via Casilina. Nella Val di Comino giunsero truppe neozelandesi; fortunatamente dopo circa 10 giorni i tedeschi si ritirarono verso nord, abbandonando in gran fretta anche suppellettili e munizioni.

Badia San Sebastiano – Tra Alatri e Veroli

Dopo tanta pioggia e freddo, la scorsa domenica finalmente la primavera ha fatto capolino dalle mie parti ed io quasi come un automa mi sono svegliato, ho caricato in macchina lo zaino, le scarpe da trekking, vestiti per ogni condizione climatica e sono uscito senza una meta, certo che una l’avrei trovata di sicuro.
Ed è così che dopo qualche giro a vuoto ho ripensato a quella Badia quasi dimenticata dal mondo, a pochi passi da casa, che da qualche anno volevo esplorare.

La Badia di San Sebastiano si trova ad Est di Alatri ed è posta in una sella di Monte Pizzuto sull’antica strada per Veroli e considerando l’antico percorso, quasi a metà strada fra le due città.

Ci si arriva attraverso una salita abbastanza ripida (200m di dislivello) ma su strada asfaltata partendo dalla località Fiura.

Le prime notizie ci vengono da San Gregorio Magno che ne parla a proposito della vita di San Benedetto. La sua storia comincia tra la fine del V e l’inizio del VI sec. dell’era volgare quando il Prefetto delle Gallie, Liberio donò quella che era una sua villa nel territorio di Alatri, al monaco Servando, capo di una comunità di monaci. Gregorio Magno se ne è interessato perché, ancora vivo San Servando, le Badia accolse San Benedetto che qui fece tappa nel suo viaggio da Subiaco a Montecassino.

Non si sa fino a quando la Badia sia stata occupata dai monaci e quali monaci; ma è sicuro che nella prima parte del secolo XIII, questa è stata occupata dalle Monache di Santa Chiara che l’hanno avuta fino al XVII secolo. Tutte le opere che attualmente fanno della Badia uno sconosciuto scrigno d’arte, appartengono all’epoca del primo insediamento delle monache. Dalla fine del XV secolo in poi, la Badia andò sempre più decadendo, tanto che nel XVII secolo era abitata da quattro vecchie suore che Papa Innocenzo X cacciò via per una presunta cattiva condotta. L’edificio e le sue pertinenze furono affidate al cardinale Doria Panfili suo parente il quale vendette tutto il vendibile e portò via tutto quanto di valore per la costruzione e l’arredo della chiesa di Sant’Agnese, a Piazza Navona in Roma e la Badia con le sue pertinenze diventò appannaggio della famiglia Doria Panfili.

A proposito: nell’archivio dei Doria Panfili, custodito in Sant’Agnese dovrebbe esserci traccia dei documenti che riguardano la nostra Badia e in Sant’Agnese qualcosa del suo arredo.

Vi lascio i contatti per visitarla anche all’interno, io purtroppo non avendo programmato questa giornata non ho avuto questo piacere.

http://www.badiasansebastiano.it/
badiasansebastiano@gmail.com

info@badiasansebastiano.it

TELEFONO: 0775.873050

CELLULARE: 3381566669

Trekking per gli ultimi romantici – Vado di Porca

Buongiorno Anime Montane e buon lunedì!

Per chi come me ha ancora del romanticismo insito in se, questa facile meta da raggiungere con un trekking di circa quaranta minuti, è una dritta che proprio non potete lasciarvi scappare!

Siamo in provincia di Frosinone, nella bella Collepardo. Pochi metri dopo l’ingresso dell’abbazia di Trisulti, gioiello della Ciociaria, parte il sentiero che conduce in circa tre ore sul Monte Rotonaria, il cosiddetto “balcone” dei Monti Ernici. Si inizia a salire con una discreta pendenza nel bosco di querce e pini neri, scavallando di tanto in tanto enormi alberi caduti e passando accanto a grandi rocce isolate. Dopo circa quaranta minuti si esce dal bosco e si passa sotto la parete ripida della montagna, preludio dell’arrivo al valico di Vado di Porca meta della nostra passeggiata. Il passaggio nella roccia stimola la fantasia e lascia immaginare antichi viandanti che attraversavano il valico a cavallo dei propri destrieri e di misteriose presenze che come sentinelle proteggevano questo luogo.

Ma che c’entra il romanticismo in tutto ciò?

Attraversato il vado, sulla destra, ci si può arrampicare sul crostone di roccia dove è stata costruita una ringhiera di ferro e da dove c’è una vista mozzafiato sull’abbazia di Trisulti, a destra su Collepardo, sui Monti Lepini e sulla valle del Frusinate e a sinistra sui boschi di Capo Fiume. Il posto è davvero particolare e inusuale, si gode di un silenzio e di una pace che fanno venir voglia di rimanere lì per l’intera giornata.

Gaeta – Leggenda della montagna spaccata

Buon pomeriggio Anime Montane!

Oggi vi voglio raccontare una storia che sa anche un po’ di mare. In realtà è più una leggenda, parla d’amore e come spesso accade quando c’è di mezzo questo sentimento non ha quello che si può definire un lieto fine. E’ ambientata sulla Montagna Spaccata di Gaeta, chiamata così per le tre fenditure che caratterizzano il Monte Orlando.
Si narra che in un tempo lontano qui vivessero delle bellissime Anguane, donne ammalianti che le notti di luna piena, con i loro canti, soggiogavano gli uomini che passavano da quelle partii.
Un giorno passò di lì un giovane montanaro di nome Giordano che notò una meravigliosa creatura dai lunghi capelli di nome Etele e se ne innamorò. Giordano decise immediatamente che quella doveva essere la sua sposa, nonostante i tentativi dei vecchi saggi montanari che cercavano di dissuaderlo perchè a conoscenza di un sortilegio che gravava sulla fanciulla. Essa, infatti, sarebbe sparita quando sua madre, la maga dei boschi fosse morta.
La stessa maga, impietosita dalla vita infelice che avrebbero avuto i due giovani, parlò a Giordano ma non riuscì a fargli cambiare idea. Così si sposarono e andarono a vivere in una capanna fatta di alberi. Non potevano essere più felici.
In una triste alba d’estate però, la maga morì e tutto il vallone fu avvolto da un silenzio surreale. I due dormivano dolcemente abbracciati, Etele baciò lo sposo e cercò di spostarsi senza svegliarlo, ma i suoi lunghi capelli si mossero e lo svegliarono. Etele fuggì per andare incontro al suo triste destino e inseguita dallo sposo, giunse ai piedi di una rupe altissima, che le sbarrava il passo.
Così si voltò e vide Giordano che stava per raggiungerla. L’incantesimo si manifestò: un alto boato scosse la terra e la rupe si spaccò in tutta la sua altezza ed Etele, attirata all’interno, scomparve verso il cielo. Giordano tentò di varcare l’enorme fenditura, ma una scrosciante cascata lo fermò e lo respinse verso valle.

Ah l’Amore…

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